20/05/22

movimento fermo

 


si dice di partire per l'estremo
lembo di terra
fermi
alla prima stazione
modestamente attratti d'improvviso
da uno sguardo
di là dall'orizzonte del ricordo

spirava allora come spira adesso
il vento
di una notte sospirata
da un'innocente voglia di partire

nudi scomposti
in una direzione di compianto
termine fisso
inconsciamente illesi
nella nuvola del sogno ricorrente
basso nel ventre
insinuato nei luoghi della mente
con il bagaglio della giovinezza

dispersi nella voglia di partire
in un addio lungo tutta la vita
fischio lontano
mondo allontanato
in una teoria di primi passi
sovrapposti all'ignoto del pensiero

desiderio di notte
adagiato su morbide carezze
in una lunga immagine
di una stazione ferma nella mente




SZ da " Lessico mentale", Aletti Editore 2020,  Premio Internazionale Giovanni Pascoli  conferito a Castelvecchio (Barga) nella casa del poeta.




16/05/22

Amarcord


“ noi siamo quello che ricordiamo” (Mario Luzi)

Sapevo del Premio letterario il Molinello e sapevo anche di Mario Luzi. Ma non sapevo del sito e quando me l’hanno detto e ho visto dove si svolgeva, sono rimasto davvero sorpreso. “ Come, a Rapolano?” ho esclamato. Mi sono seduto e, appoggiando i gomiti sulla scrivania, mi sono massaggiato a lungo la fronte, ad occhi chiusi, per tenere i ricordi. Perché il nome Rapolano mi ha riportato indietro di decine di anni. Ci andavo con mio padre, rappresentante di una fabbrica di cemento, lì molto conosciuto per questa sua attività. Credo infatti che quasi tutte le case di Rapolano in quel periodo erano state costruite con quel cemento. Avevo una situazione familiare ingarbugliata. Una madre sconosciuta perchè morta quando avevo sei mesi, una zia insegnante zitella che l’aveva sostituita, un padre amante della buona tavola e di lunghe partite la sera dopocena al bar con gli amici, che aveva comunque trovato il tempo, tra una scopa e una briscola, di risposarsi, avere un altro figlio e regalarmi una matrigna e un fratellastro. Io continuavo però a vivere con mia zia e mio padre lo vedevo di rado. Non solo perché non vivevamo nella stessa casa e le visite erano occasionale, ma anche perché lo sentivo diverso da me, tanto da non potermi capire neppure un po’. Almeno così credevo allora e comunque credo ancora, anche se il tempo ha dato visioni più pertinenti della vita. Però le poche volte che ci vedevamo mi piaceva starci insieme. Mi piaceva specialmente quel suo tranquillo rapporto con gli altri, senza quel timore, quella timidezza che avevo io e che cercavo di nascondere non dando confidenza, mantenendomi altezzoso. Un giorno mi telefonò quasi impacciato dicedomi “ Perchè domani non mi accompagni a Rapolano, stiamo fuori tutto il giorno, così mi dai una mano anche a guidare”. Dopo un istante di stupore gli risposi un si quasi sacrificato, ma dentro mi sentivo stranamente contento. Credo che mio padre lo intuì perché quando entrammo in macchina ebbe un sorriso appena accennato e velocemente ritirato. Cominciarono così per un certo periodo le gite a Rapolano. Partivamo la mattina presto e facevamo colazione a Ambra. Io guidavo fino alla Colonna del Grillo e mio padre si metteva alla guida per quel pezzo di strada stretta e piena di curve che portava a Rapolano. La superstrada ancora non c’era e il traffico era poco. Poi mio padre faceva il suo lavoro per i cantieri, parlando con muratori e impresari. Spesso facevamo una capatina dai Morselli, i proprietari delle Terme amici di mio padre, che quasi sempre ci invitavano a pranzo. Alcuni giorni ritornavamo a casa presto e allora ci fermavamo alla trattoria della Colonna del Grillo per spuntini con prosciutto e salame casalingo e un bicchiere di Chianti. Altre volte si proseguiva invece per Asciano e si pranzava in una trattoria sulla strada centrale, dove spesso si incontrava Aceto, mitico fantino del Palio di Siena, che parlava in sardo pennellato di senese. Raccontava storie di contrade e cavalli. Qualche volta parlava anche della sua terra e allora aveva un tono diverso, con una nota nostalgica dura come la sua terra.. Io lo ascoltavo a bocca aperta e avvertivo una strana sensazione di disagio, forse perché sentivo che mi aveva rubato con la sua realtà il ruolo di protagonista fantastico delle mie letture giovanili. Quando poi in serata, con quell'aria ne chiara ne scura che in toscano si definisce bruzzico, eravamo per la strada di casa, guidavo io e stavamo zitti fino all’arrivo. Non abbiamo mai parlato molto io e mio padre, il nostro rapporto sfilaccicato è stato più che altro di silenzi. Ma quelle sere il silenzio creava spesso lievi immagini che stranamente riunivano i nostri pensieri verso un punto conosciuto per uno, sconosciuto per l'altro, formando solo per alcuni chilometri quella famiglia dove sentivo di stare bene e dove non mi sentivo estraneo. Riuscivo a capire allora che forse a modo suo avesse voluto davvero bene a mia madre e come tentasse di trasmettermi l'immagine viva del suo ricordo, lui che l’aveva conosciuta.

(Stefano Zangheri da "Il bivio", 1985)
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09/05/22

Verità

 


la verità

non è quello che si ricorda

o si vuole ricordare

è anche quello che si dimentica

o si vuole dimenticare


SZ da "Pensieri e..."  Avanguard 2018

25/04/22

Queste ombre

 




anche se le persone

e gli avvenimenti passano

rimangono le ombre

ed hanno i loro compleanni

 

queste ombre

metallano la notte

chiudendo porte di qualsiasi notte

 

queste ombre

nei corridoi di questa lunga notte

nei rumori assopiti

nelle immagini spente di ogni luce

 

queste ombre

camminano tratturi illuminati dai sogni

che vagano nel buio

strascicando passi accanto a questi passi

 

queste ombre

che riconosco al tasto

in quel lungo viale dei  bambini


SZ 25/4/2022

 



08/03/22

se





se questa intimità  di non esistere
si declina nel verbo
e descrive impossibili evasioni
se questa intimità
è come toccarsi di nascosto
e godere libere immagini sfuocate
quando saremo nell’ignoto
avremo ancora il tempo di scordare
quanto è rimasto immobile
lo sguardo prestato agli orizzonti
ma se una canzone stasera
ti porta un po’ lontano in un pensiero
e passando distratta
dove sono disteso ad occhi aperti
ti soffermi
e senza alcun rumore
vedi per caso ciò che vedo io
l’intervallo del tempo dove non ci sei
sarà tempo insieme
senza ricordo senza nostalgia


Stefano Zangheri , Premio Teatro Cultura, Avanguard  8/3/2013


 Pubblicato da D.P. UniFi


01/03/22

 


oggi

 ora giungono lente

 similitudini passate 

 geroglifici rari 

 di ore consumate 

 accatastate in fretta 

 al fuoco di una passione 

 che non ha avuto il senso 

 di portarmi in regalo  

 anche cose da niente  

 qualche giorno  

 che non appartiene 

 ai pochi anni 

 che hanno dato qualcosa 

 ai vuoti di esistenza 

 abbracciati 

 ad orbite di ellisse   

 circoncise 

 nei quanti di speranze


Stefano  Zangheri, da "L'isola di Bouvet" (Premio Internazionale Letteratura) , Edizioni Istituto Italiano di Cultura 2015


                                               Postato da  D.P. UniFi

17/02/22

 

mia madre

        mia madre

una ragazza

mia madre

una bella ragazza

mia madre

amante delusa

di uno scampolo di vita

non l’ho immaginata

donna

non ho considerato l’aspetto

da donna

non ho intravisto i desideri

da donna

il suo alcova di ombre

si è svelato

solo per giustificare

la sua continua assenza

il tempo

ha definito la dimensione

deflorando

le ingenuità di un bambino

nelle sostituzioni

di un affetto annullato

il suo corpo

il suo volto

il suo sguardo

immagini

in vecchie foto ingiallite

non protette dal ricordo

situazione

che non ha dato

depressione

diversità

introversione

ma un senso di vita indefinito

una necessità insoddisfatta

di acque calde

di sicurezza

di complicità

di simbiosi

di unione di odori

confuse

in ogni grembo

che le labbra hanno potuto sfiorare     


Stefano Zangheri, da Dissolvenze (Premio della Critica Internazionale  nella manifestazione          Culturale Unesco Ecuador Italia  "Integrazione dei popoli attraverso la letteratura" Sala Montanelli Circolo della Stampa Milano - Premio Internazionale Kafka Gorizia ),   Edimond Edizioni, 2011.

E' l'unica lirica in cui si parla della madre morta alla sua nascita.                                  


Postato da  D.P. UniFi


 


24/12/21

Sensazione ultima - recensione Rita Mascialino

Mascialino, R., “Stefano Zangheri: ‘sensazione ultima’. Inedito”. Recensione.


Nell’immagine: il poeta STEFANO ZANGHERI ( Potenza 2015) mentre legge le motivazioni della TARGA ORO ricevuta per la sua silloge poetica “Matera”




Una lirica, sensazione ultima, di Stefano Zangheri, la quale esprime a chiaroscuri interiori viepiù sfumati il momento fatale dell’uomo quando si avvicina la dipartita e ancora, ad oltranza, vuole capire il mondo e godere delle più intense emozioni che gli ha dato la vita nel bene e nel male. Perché la morte è la più grande e squassante emozione nella visione del mondo del poeta e comunque l’ultima dopo la quale sarà l’abbandono della vitalità.

“sensazione ultima
questo fuggire piano dalla luce /
quest'ombra dalla forma conosciuta /
incontro degli sguardi /
nella linea di fondo che separa /
le verità segrete /
le domande rimaste ad ascoltare /
Io sto/
come pianeta errante nel destino /
che superbo /
immola questa vitalità che s'abbandona”

Il fuggire dalla luce implica la volontà o il desiderio di lasciarla – non è la luce che fugge dall’uomo allontanandosene, ma è l’uomo zangheriano che fugge dalla luce presentendo di non essere più adeguato al suo fulgore, di non avere più la forza di stare nel suo regno dei forti. Tuttavia la lentezza che accompagna l’azione implica anche il volersi dare il tempo di assaporare la sensazione straordinaria di allontanarsi dalla luce, simbolo principe della vita, prima di entrare definitivamente nelle tenebre, tempo per l’ultima sensazione senza sprecarla nell’inutile affanno, nella paura. Prima di essere sacrificato quale pianeta errante, uomo senza casa nell’Universo e nella vita, a un destino altero per la sua vittoria sull’uomo, il poeta sta quale magnifica figura solitaria scolpita nel settimo verso “Io sto” con la maiuscola del pronome a indicare la sua identità individuale vicina a scomparire per sempre – non ci sono allusioni ad alcun al di là –, eretto e gigantesco, capace di guardare in faccia un destino che richiede il sacrificio cruento come vuole un’immolazione evocante arcaici miti di ere che appaiono remote, che tuttavia sempre si ripetono uguali e senza tempo. Un destino che diviene in questo canto lirico il cosmo umano, non infinito quindi, bensì dotato, nei suoi pur immensi spazi psichici, di coordinate: quelle segnate dal tempo dell’inizio e della fine. Domande che vorrebbero ancora ascoltare le risposte a verità che rimangono segrete, ormai per l’eternità. Allora il poeta intravede un’ombra nota a lui nell’incontro degli sguardi all’orizzonte che lo separa da ciò che non si può più ottenere. Si tratta di sguardi che si riconoscono alla pari, perché anche tale forma fatta precipuamente di sguardo sta nel medesimo universo dominato dal medesimo destino ed è in grado di guardare il poeta negli occhi nella più splendida e profonda affinità elettiva.
Il verso finale è emozionalmente più intenso e sensuale che mai. Non si tratta di abbandonare la vitalità, ma di una vitalità “che s’abbandona”, ossia che, ormai vinta, si abbandona alla lama del destino, nell’estasi di un 'cupio dissolvi' che realizza la fine in un devastante eros di addio per sempre.
Una poesia per la vita fino all’ultima sensazione.
Rita Mascialino
Literary 2022

Postato da L. R. UniFi

15/12/21

Omaggio a Dante Alighieri nel 700°


      Pubblicazione per l'anno dantesco con scritti di vari autori italiani, tra cui "Quel giorno al Pennello" di Stefano Zangheri, con presentazione al Teatro Stabile di Potenza  trasmessa da TG3 (vedi su sito personale Facebook) 



Quel giorno al Pennello

  Per un certo periodo ho avuto la mia residenza fiorentina in San Frediano, nei pressi di Piazza del Carmine. San Frediano è la vera Firenze, quella che ha mantenuto intatto il colore e il sapore della Firenze rinascimentale. Per i suoi vicoli strozzati tra vecchie case e taverne, oggi come allora, può capitare di veder passare Cosimo e Lorenzo de Medici che vanno al Casino di Piazza della Passera o Collodi che va a pranzo al ristorante Pinocchio o Marinetti, Luzi, Montale, Saba,  Bonsanti, Carocci,  mentre si dirigono al Ponte Vecchio per ritrovarsi al caffè Giubbe Rosse in interminabili e spesso violente dispute letterarie, tra fumo e bicchieri di Chianti. E incontrare sicuramente ogni giorno quelle bellissime e scogliona’e ragazze di San Frediano con Pratolini che, appoggiato al muro sotto la lapide che ricorda Maddalena de’ Pazzi, le osserva con quell’espressione di protezione e di desiderio fra il padre e l’amante.

  La mattina di solito uscivo presto, facevo colazione con un  cappuccino e una pasta al Mad Bar e poi andavo a passeggiare nel centro di Firenze. Ogni giorno cercavo un itinerario diverso, finchè gli itinerari finivano e ricominciavo da capo. Mi piaceva così perché stavo comunque in quel museo all’aperto che è il centro di Firenze e questo mi dava un senso di piena, compiuta, appagante bellezza artistica.

  Quella mattina dopo la solita colazione mi ero incamminato per  Borgo San Frediano e Borgo Stello e avevo attraversato l’Arno dal Ponte alla Carraia continuando poi per lungarno Guicciardini. Vicino a Ponte Vecchio mi ero fermato, come facevo sempre in  quel punto, e avevo alzato lo sguardo verso le finestre al secondo piano del palazzo dove aveva abitato Dino Campana. In questa sosta ormai abitudinaria sentivo  ogni volta uno strano senso di nostalgia, come lo avessi conosciuto e si fossero passate delle ore insieme, parlato della vita e dell’amore che lui aveva dissolto nelle sue nebbie non solo poetiche, anche fra quelle mura, dietro quelle finestre. A volte mi pareva di vedere affacciarsi Sibilla, bellissima, ammiccante, con i capelli scomposti per un amore folle ancora vivo e lo sguardo che sfidava i pregiudizi del mondo.

  Dopo questa breve sosta avevo ripreso  il lungarno e al Ponte Vecchio avevo girato a sinistra ed ero arrivato al Mercato Nuovo detto del Porcellino, dove mi ero fermato a vedere alcuni turisti che si facevano fotografare  toccando il muso dell’animale e facendo cadere una moneta. Avrebbero portato quell’angolo di Firenze nel loro paese e forse non avrebbero mai detto a nessuno che non era un porcello ma un cinghiale per non sciupare la leggenda conosciuta. Ma solo pochi avrebbero portato con loro  la verità storica del luogo, quel tombino rosa sotto il muso bronzeo dell’animale per cui era nato  il detto popolare mettere i culo pe’ terra.

  Passando da Piazza del Duomo ero arrivato alla Libreria Salvemini ed ero entrato per sentire il  nuovo orario dell’evento letterario cui dovevo partecipare dato che avevo ceduto la priorità a quello  storico di Franco Cardini, che per un impegno non previsto aveva avuto la necessità di anticiparlo. Dopo un caffè con il proprietario nel bar accanto, mi ero diretto verso Piazza della Signoria per andare a un appuntamento che avevo presso una Associazione Culturale in via De Neri, passando in piazza della Pallottole, via santa Elisabetta, piazza del Giglio, via del Corso, via delle Farine, via de’ Cerchi. Arrivato in Piazza de’ Cimatori mi ero però fermato d’improvviso con una strana sensazione, quasi l’impressione di essere in un posto diverso, in un tempo diverso, anche se il luogo era uguale a sempre. Ho pensato che spesso le sensazioni vengono da qualcosa che non si conosce e vanno  via senza spiegarci niente. Si rimane allora con un senso di stupore e il tempo appare una doppia rappresentazione di qualcosa di vissuto senza ricordo che si ripete con forme e colori diversi. Con un’alzata di spalle ho guardato l’orologio, rendendomi conto che era mezzogiorno passato ed era ormai tardi per il mio appuntamento. Ho deciso quindi di andare a pranzo al ristorante del Pennello nella vicina Piazza San Martino, antichissimo luogo di ristoro  rimasto tale e quale nel tempo. Ero un cliente conosciuto e il cameriere mi ha accolto abbozzandomi un sorriso e accompagnandomi a un tavolo nella sala più alta dove si accedeva tramite alcuni scalini.

“Cosa abbiamo oggi?”  ho chiesto.

“Oggi menù speciale”  ha risposto “ della carne bollita,  di manzo, o della carne arrosto, di vitello, di agnello o di pecora, ma anche cacciagione proveniente dalle nostre terre, molto ben speziata, per contorno cauli, porri, naponi, rape, ceci, peselli, fave, lenti e fasoli, e con una vinaccia genuina e pane di ieri.”

“ Strano menù, veramente differente e abbondante di scelta” ho detto “ e anche  strano parlare. C’è una ragione?”

  Non mi ha risposto, ha fatto solo un cenno della testa e girato lo sguardo verso un tavolo nella parte opposta della sala dove ho visto di spalle un avventore che non avevo notato. Solo allora mi sono reso conto che in tutto il ristorante eravamo solo in due. Cosa strana data la sempre numerosa frequentazione del locale.

“ Come mai? ” ho chiesto girando lo sguardo intorno.

“ Una ricorrenza ” ha risposto “ un anniversario particolare ”

“ Strana risposta” ho pensato “e strano atteggiamento, non solito, diverso, strano e  diverso ”

  Ho guardato l’altro ospite, che vedevo di spalle, meravigliandomi dell’abbigliamento. Infatti un grande mantello di colore scarlatto gli copriva le spalle e finiva con un cappuccio a punta sulla testa. Ho sorriso pensando che forse era carnevale e non me ne ero accorto ed era una comparsa che andava a Viareggio. Mi sono trovato d’improvviso il cameriere accanto.

“ Quel signore mi ha detto che se vuole sarebbe contento di dividere il proprio tavolo con lei ” ha bisbigliato.

  Chissà perché non sono rimasto stupito della proposta e subito mi sono alzato e  diretto verso l’altro tavolo sedendomi sulla sedia di fronte. Solo allora mi sono reso conto che la stranezza del suo abbigliamento non era solo ciò che avevo visto dal retro. Aveva infatti una specie di gonnella, che partendo dal collo, scendeva fino alle caviglie, stretta in vita da una cintura. Su questa gonnella a maniche strette era infilato  una specie di mantello con davanti dei risvolti e le maniche larghe, di una stoffa calda e lucida che poteva essere seta o raso. Sopra tutto aveva il  mantello con il cappuccio a punta. Le gambe rimaste scoperte dalla gonnella lasciavano vedere delle calze di tessuto grigio, robusto,  che nei piedi appariva molto rigido, come ci fosse dentro una soletta di cuoio.

“ Buongiorno ” ho detto guardandolo in faccia “ grazie della cortesia ”

  Ha alzato lo sguardo basso fissandomi con insistenza in ogni parte del corpo, come volesse riconoscere un aspetto descritto ed essere sicuro di non aver sbagliato persona.

“ Figurati, siamo solo due, è un piacere desinare insieme ”

  Sul volto rugoso e asciutto incorniciato dal cappuccio spiccava un grande naso aquilino e due occhi penetranti e stranamente assorti che mi hanno dato un senso di disagio e disorientamento. C’era qualcosa di assurdo in quel sorriso che si stava aprendo leggermente con una piccola inclinazione della testa. Senza riuscire a profferire parola ho alzato le mani rovesciate in alto come volessi porgere qualcosa e  le ho  portate con i palmi sopra le guance.

“ Durante! ” ho esclamato.

“ Si, Durante è il mio nome ”

“ Sei proprio tu? ”

“ E per un giorno nemmanco un fantasma”

“ Perché? ”

“ Cosa perché ? ”

“ Perché oggi, quest’anno, e magari non dopo cento, cinquecento ad esempio. Perché proprio settecento anni ? ”

“ E tu sai sempre perché fai una cosa oggi e non domani oppure non l’hai fatta ieri?”

“ Hai ragione, ma questo è un anno infame ”

“ La pandemia ? ho saputo, si muore come si moriva di pestilenze e guerre, solo più in grande perché i popoli possono unirsi velocemente ”

“ Comunque sono contento di vederti e, scusa l’ironia, vederti in buona salute ”

“ Sono nella mia Firenze, nell’osteria che è come fossi nella mia casa e in buona compagnia ”

“La tua vera casa non c’è più, era qui dove pranziamo, accanto alla Torre della Castagna, la casa che spacciano per tua qui vicino è un  falso. Per questo  sei qui vero?”

“ E dietro l’angolo c’è la chiesa di Santa Margherita de’ Cerchi, quella è rimasta quella vera ”

“ Bice di Folco Portinari ”

“ Sei fra i pochi che la chiamano in modo così familiare, come io la chiamavo tra me. E certo è pur casa ”

“Hai ragione, dove ha battuto il primo cuore rimane comunque casa per sempre. E in via del Corso, a Palazzo Portinari una lapide recita… sotto candido vel cinto d’oliva donna m’apparve sotto verde manto…

  Sorride quasi in punta di labbra e mi guarda fissamente in un modo del tutto diverso, presente e assente, come se stesse vedendo contemporaneamente altri luoghi, altre persone.

“ La casa mia è sparsa nelle pietre di Firenze e la bellezza è stato il giaciglio dove ho dormito nel buio dell’esilio. Quella bellezza doppia, capisci, indissolubilmente doppia. Ma orsù facciamoci portare il buon pasto. Oste ascolta, selvaggina arrosto con  ceci e fasoi, vinaccia delle tue vigne in Castellina, pane di ieri cotto dalle fascine nel tuo forno. Mentre aspettiamo raccontami il tuo mondo, ti aggrada, vivi felicemente? “

“ I valori che la mia indole e le letture giovanili mi avevano fortemente radicato nell’animo, si sono piano piano dissolti e mi sono trovato a vivere in un mondo estraneo, con una empatia diffidente  verso i miei simili. Se mi chiedi se mi aggrada ti rispondo no, se mi chiedi se sono felice ti rispondo si lo sono stato per alcuni momenti ”

“ C’è affinità con la mia vita,  con il mio sentire, non uguaglianza ma affinità si” 

“ Da quello che so di te credo sia così. Ma tu ne hai passate di più pericolose ”

“ La mia necessità  di sincerità e di libertà, fonti di invidie e di vendette ”

“ Libertà va cercando, ma anche  arte, eternità nel tempo del mondo”

“ Anche coscienza di sé, della propria dimensione, del fatto di essere, non di essere stati o divenire ”

“ La tua religiosità ”

“ La mia voglia di divino, o della sua rappresentazione o del mistico che ognuno di noi porta in sé, senza colore né foggia ”

  Il suo sguardo diretto e penetrante mi fissa con una espressione di simpatia, come avesse una conoscenza profonda di me, fosse  convinto di esplorare un animo che vale di comprendere, portare alla luce.

“ Tu scrivi versi vero? ”

“ Si ma come fai a saperlo, non ho una fama tale da poterti raggiungere “

  Mi guarda assente, poi alza il volto e dirige lo sguardo alle travi del soffitto, le fissa per qualche attimo in silenzio ponendo le mani in avanti, parallele e artigliate, come tenesse un pallone. Lentamente gira le dita avanti e indietro più volte, sempre con lo sguardo in alto, poi le abbassa lentamente, sorride, mi guarda di nuovo  alzando le ciglia degli occhi come ad ampliare il campo visivo.

“ Comprendo “ dico “ e confesso. E’ un vizio che non mi lascia”

“ E’ un essere, una dimensione, una forza straordinaria. Io avevo quello come unica possibilità, non avevo potere o armigeri adeguati, solo me stesso e un parlare fitto con il mio essere, una difesa e un senso di battaglia,  come quella che io e Cecco Angiolieri combattemmo nella piana di Campaldino in quel di Poppi, senza sangue, ma con lo stesso odore del sangue”

“ Ma la tua Commedia è divina ”

“ Io ho scritto La Commedia, il canto del villaggio, divina è venuto dopo, il Boccaccio senza il mio permesso, il mio imprimatur ha aggiunto l’aggettivo ”

“ Eri ormai morto ”

“ Già morto per il mondo, ma non per i versi che avevo scritto ”

  Intanto il tavolo si era riempito di pietanze, selvaggina arrosto, ceci, fagioli, fumi di odori e pane giusto di età, vinaccia fresca di cantina. Durante mangia con delicatezza, quasi accarezzando le pietanze, gustandole, centellinando il boccale e pulendosi l’umido della bocca con una strisciata di mano che poi lava in una ciotola di acqua.

“ E’ bello desinare con qualcuno ” dice “ la solitudine è nemica dello stomaco ”

“ L’hai provata in quantità, vero? ”

“ Tante volte, come ho provato il mendicare affetto, cibo, compagnia, casa e anche denari”

“ E amore ”

  Mi guarda pensieroso e mi rendo conto del mutamento del suo volto, non più disteso, duro adesso come il ricordo di un attimo di esistenza impropria.

“ Bice è stata la mia oggettivazione, il mio senso di smarrimento nell’inconscio. La verità non è mai la figura di noi stessi, cambiamo abito in ogni stagione ed è più pesante o più leggero. Ma la nudità che stagione è? Ho capito dopo che il ricordo non è una stagione,  è la nostalgia di un uomo quando diviene la verità del suo animo. Non ho mai avuto Bice come l’uomo ha la donna e l’ho cantata come l’avessi avuta, la necessità di specchiare l’immagine è stata la mia finzione.

“ Finzione ? ne è valso? ”

“ Per il mondo certo, per me un senso di impotenza, stemperato poco a poco in quei versi “

“ In quella vendetta? ”

“ In quella giustizia, la gente non capirà mai il poeta, ogni poeta potrà essere capito solo da se stesso e non sempre e non completamente. Un poeta non scrive mai un tema ma un dettato, questo va compreso ”

“ E chi detta? ”

“ Lui stesso, ma non conosce il testo ”

“ Ma tu sei stato capito, sei rimasto vivo nei millenni, il mondo ti ha accolto come qualcosa di sé stesso, di necessario, di divino anche ”

“ Di uomo, ricordati di uomo, io ho amato l’impalpabile essere del sogno ma ho avuto la realtà di una moglie, di una famiglia, dei figli, del potere di giudicare,  io sono le contraddizioni dell’uomo. Per questo sono divino? ”

“ Senti.. ”

“ Non chiedere, non voglio dirti, la risposta toglierebbe l’angoscia esistenziale da cui scaturiscono i tuoi versi e sarebbe per te un gran brutto affare, diventeresti niente ”

  Durante fissa il cielo da una finestra con le sbarre a losanga posta sul lato destro della sala, guarda attento, come per riconoscere un pensiero che improvviso è entrato nella sua mente.

“ Quando io ero in Firenze ” dice “ c’erano Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri, nobili e arricchiti, fazioni cittadine che lottavano per il potere, la supremazia sulla città, con ogni mezzo, soprusi, tradimenti, calunnie, uccisioni. Adesso mi dicono ci sono dei partiti che hanno dimensioni non di città ma di grandi territori che chiamano nazioni e contengono sudditi delle più svariate origini, dei molteplici dialetti. Come è possibile in questa confusione amministrare un governo delle genti? ”

“ Ci sono stati avvenimenti che hanno conquistato terre e unito poteri, via via fino a riassumerli in un potere più grande, con caratteristiche diverse, con un nome pieno di fascino e di speranza ”

“ Un nome, dici, solo un nome? E qual è codesto nome magico ”

“ Democrazia ”

“ Democrazia vuol dire potere del popolo, ma non è nuova ed ha già avuto vite, ma di breve durata. So che adesso dura da tempo, ma il popolo davvero ha il potere di governarsi? ”

"Non è così semplice. In teoria va bene, nella pratica le cose si complicano "

“ In quale senso ”

“ Il potere, con altra foggia come diresti tu, appartiene sempre a pochi e le lotte non sono meno cruente delle tue. Il fatto diverso è che adesso non è facilmente individuabile, si nasconde spesso e la facciata che vediamo non è quella vera. E ci sono sempre soprusi, tradimenti, violenze e anche uccisioni. Solo che il grande meccanismo consente più possibilità di nascondersi, di non far sapere, di farla franca e dare un senso di falsa pulizia al governo delle genti ”

“ Ai miei tempi sapevamo bene dove era il potere, lo vedevamo in faccia, aveva la figura di tizio o di caio, della famiglia di tizio o di caio, dei compagni di tizio o di caio, dietro non c’erano filigrane, la presenza era la sostanza del potere “

“ Tu vedevi l’Italia  nave senza nocchiero in gran tempesta e anche non donna di provincia ma bordello. E così la vedresti anche adesso e scriveresti di nuovo il De monarchia “

  Durante abbassa lo sguardo e un quasi impercettibile movimento delle labbra assomiglia a un sorriso malinconico. Prende un boccale e lo riempie di vinaccia facendo scorrere a cascata il liquido che si vede rubino scendere dalla brocca al boccale. Poi nello stesso modo riempie il mio boccale e me lo porge.

“ Anche io ho fatto parte di un certo potere, per breve, ma comunque parte, uno dei sei Priori nel difficile compito di magistrato in tempi di feroci lotte. Proprio per giochi di potere fui accusato di corruzione, condannato e costretto a fuggire da Firenze e morire lontano dalla mia terra, dalle mie origini, e avere le mie spoglie ancor oggi in terra per me straniera. Sai bene da chi mi venne il maggiore inganno e sai bene come, nel mio Inferno, ho previsto la sua collocazione tra i simoniaci. Solo la poesia ha potuto fare, come dici tu, pulizia. Credo che ancora il buon governo possa venire da un forte potere in una mente illuminata, visto anche il fallimento di quel governo debole che chiamano democrazia. Debole più di altri perché necessita di continui giochi di potere che si basano sul compromesso, sulla corruzione, sul tradimento, sull’inganno e riguardano non un solo uomo ma tanti uomini che si avvicendano in continui cambi di potere, e che si nutrono di queste miserie umane. La storia del mondo è fatta da uomini eccezionali, in ogni campo, uomini che forgiano gli avvenimenti per tutti gli altri, uomini eccezionali nel bene e nel male. Questo dice la storia, questo dimostrano i tuoi tempi ”

 “ Conosco le tue idee sul governo dei popoli e sul predominio del  potere laico,  è patrimonio culturale del nostro paese e del mondo. Che tu abbia ragione o meno non è chiarito dalla storia del mondo, ma il fatto che neppure le più gravi ritorsioni ti abbiano fatto abiurare le tue idee da sicuramente ragione alla tua onestà intellettuale. Anche questo dice la storia ”

“ Brindiamo alla storia allora, agli avvenimenti e agli uomini che ci sono coinvolti, all’Italia terra di conquista e conquistata, come una bellissima donna nata per concedersi, donare amore e bellezza, essere vergine e cortigiana, e come la donna amata essere anche odiata per la sua infedeltà. Dimmi, anche oggi è così infedele? ”

“Caro Durante il gioco è più grande ma è lo stesso. Le differenze di origini e di lingua si sono attenuate nell’unico potere sulle stesse dopo che questo è stato unificato dalla conquista dei vari territori. Sono rimasti gli usi e i dialetti originari solo a titolo folcloristico, turistico direi. Non voglio dire infedele, ma sicuramente si concede, si concede spesso”

“ E’ un male codesta cosa, togliere all’uomo il  retaggio della sua particolarità è un male. E distrugge la poesia. Come avrei fatto io senza la mia ben salda radice in Firenze? Come avrei potuto essere l’Alighieri ”

“ Anche oggi c’è la poesia, nome abusato dove non c’è più la mente che partorisce immagini, ma immagini che sodomizzano la mente. Per questo ci sono tanti poeti, queste grandi terre sono prolifiche di poeti e ancor più di curatori dei poeti ”

“ Mecenati? ”

“ Non proprio, mercanti direi per la maggior parte ”

“ Nel mare del falso si perde il vero, tanti poeti nessun poeta ”dice secco e deciso.

“ Mi chiedo come fai ad amare tanto quella Firenze che ti ha scacciato, che ha rinnegato uno dei figli migliori se non il migliore. Quel figlio che ha contribuito in gran parte alla sua fama nel mondo”

“ Non mi ha scacciato Firenze, ma i fiorentini, che sono altra cosa. Firenze è un urbe che vive di vita sua a prescindere da chi l’abita. Firenze non è i fiorentini, Firenze è Firenze e basta “

  Prende la brocca e mi versa ancora un calice di vinaccia e poi se ne versa uno ancora per sé, lo alza tenendolo così e guardandomi di nuovo con il suo sguardo fisso e penetrante. Mi sento suggestionato ma felice di essere con lui, in modo completo come non avevo mai sentito prima, come nessuna compagnia mi aveva mai trasmesso.

“ Brindiamo adesso  alla poesia, alla parola dell’uomo per dire quello che non si  vede, per amare e castigare, per illudersi di essere divini per un attimo e  uomini ricordati per sempre ”

“ Ai tuoi tempi, oggi nessun poeta è ricordato per sempre, anzi ricordato solamente, ma brindo per te, per i tuoi tempi, dove anche io sono adesso e per quanto resterai con me ”

  Durante sorride, alza una mano in  alto e punta il dito indice verso le sbarre della finestra, poi lo fa girare e rigirare guardandolo fisso.

“ L’amor che muove il sole e l’altre stelle” sussurra ” è il mio mondo e anche il tuo mondo, e sarà il mondo dei tuoi  figli e dei loro figli e così via. Ma sarà sempre più estraneo, vivrà nell’indifferenza, nella non conoscenza. Ci sono cose che vivono di esistenza propria, che non hanno ne principio ne fine, che seguono le loro leggi e incontrano l’universo in appuntamenti che nessuno conosce, che possono vedere dove le stelle finiscono e dove sono i sogni nati da un sogno che nessuno ha mai fatto ”

“ E la poesia cos’è? ”

“ Uno di quei sogni, la notte quieta di alcuni uomini ”

  Durante si alza e con  lo sguardo mi invita a seguirlo mentre attraversa la sala e esce nella luce vivida di Piazza San Martino. Si ferma e guarda in alto la Torre della Castagna senza dire niente, poi mi guarda a lungo. Sono commosso, un groppo in gola mi ferma un attimo il respiro ed è un brivido. E lui è commosso? Lo spero mentre mi sento sperso in un  addio senza voce e senza ritorno. Si certo è commosso, sono sicuro che lo è mentre senza una parola scompare all’angolo. Non lo seguo, è il suo giorno e ha diritto di stare da solo. Ma so dove andrà. Passerà dalla chiesa di Santa Margherita de’Cerchi e aspetterà un bel po’ davanti prima di dirigersi al Battistero di San Giovanni dove si inginocchierà davanti ai suoi versi incisi nel marmo, …con altra voce omai con altro vello ritornerò poeta e in sul fonte del mio battesmo prenderò il cappello…, fiero di aver mantenuto la promessa poggiando forte  i piedi sulle pietre della sua Firenze. Poi andrà nella vicina via del Corso, si fermerà di fronte a Palazzo Portinari e reciterà lentamente la lapide posta sotto lo stemma, …sotto candido vel cinto d’oliva donna m’apparve sotto verde manto vestita di color di fiamma viva... Quindi con un sospiro si incamminerà per via del Corso, girando all’angolo di via del Proconsolo dal lato del Bargello. E sarà  solo un uomo che tornerà a casa nel bruzzico di una sera fiorentina.

 

In questo sogno che la mente ha preso

cammini certo della tua bontade

come viandante nel ciel quasi sospeso

 

In tua Firenze per le antiche strade

allarga il cor la tua figura altera

il passo che attraversa le contrade

 

Ed è  tempo di un’altra primavera

dov’anco il cor di un vate si stupisce

nel ricordar negli anni un’altra sera

 

Quando il parlare tosco ti ferisce

dimenticando i tuoi servizi resi

e solo il tuo verso divino ti lenisce

 

Ora puro di gloria e di ricordi offesi

sei qui col tuo parlare di poeta

a me che di tua arte poco appresi

 

Indichi al mio cammino la tua meta

e parli di saggezze così grandi

che nella mente mia fanno cometa

 

Stefano Zangheri